Roberta Vinci, storia di un sogno italiano

(Foto Brigitte Grassotti)

Mi dispiace per Serena. America perdonami”. Sta tutta in questa frase tutta la grandezza del Roberta Vinci pensiero: la capacità e la modestia, dopo aver firmato una delle imprese più grandi dello sport italiano, di rimanere con i piedi per terra e di pensare non alla propria festa, ma a quella rovinata alla Williams e ad una nazione intera. Modestia, consapevolezza dei propri mezzi e caparbietà, queste sono state (insieme al solito ottimo bagaglio di colpi, s’intende) le armi che le hanno permesso di vincere ieri, insieme ad una buona dose di sana incoscienza: “Mi sono detta: tu butta la palla dall’altra parte e non pensare che c’è Serena. Pensa a divertirti”.

Perché il tennis, per Roberta e per chi l’ha vista giocare, è sempre stato prima di tutto divertimento, da quando, all’età di sei anni, il padre Angelo la iscrive al Circolo Tennis della sua città natale, Taranto, insieme al fratello Francesco. E’ l’inizio di una carriera già promettente a livello juniores, costellata da vari titoli (la cui la prestigiosa vittoria in doppio al Trofeo Avvenire nel 1997, in coppia con Flavia Pennetta), che mettono subito Roby nel mirino dei tecnici federali, che alla fine della terza media consigliano ai genitori il trasferimento a Roma per allenarsi nella Scuola della Federazione.

L’esordio nel mondo delle grandi arriva poco dopo, nel 1999, ma almeno inizialmente la sua carriera sembra destinata soprattutto al doppio, specialità in cui primeggia già nel 2001 quando, in coppia con la francese Sandrine Testud, approda alle semifinali del Roland Garros e dello US Open. Più in salita la strada in singolare, che la vede entrare nella Top 100 solo nel 2005. Il primo titolo in singolare arriva solo due anni dopo, nel 2007, a Bogotà, e sarà solo il primo di ben nove trionfi, maturati su tutte le superfici.

Più fruttuosa è sicuramente la carriera di doppista (con ben 25 titoli all’attivo), che la vede, in coppia con Sara Errani, formare il duo inossidabile delle Cichi, che occupano per molto tempo la prima posizione mondiale e soprattutto si (e ci) regalano il Career Grand Slam (con vittoria al Roland Garros ed allo US Open nel 2012, a Melbourne nel 2013 e 2014 e a Wimbledon nel 2014). Come tutti i cicli vincenti, anche quello delle Cichi è però destinato a chiudersi: molto si è vociferato dentro e fuori dagli spogliatoi sui motivi dell’addio, ma probabilmente si è solo trattato della scelta consapevole di chi ha deciso di cercare di incanalare le proprie energie solo verso il singolare: “Era bello giocare con Sara ma dopo tante vittorie spendevo troppe energie mentali” ha infatti dichiarato Roby dopo la vittoria su Serena.

Si dice che il valore di qualcosa dipende da quanto teniamo a ciò che rinunciamo per ottenerlo. Se rinunciare ad una carriera così brillante in doppio non deve essere stato facile, un così grande sacrificio avrà trovato sicuramente oggi la sua ricompensa nella possibilità di giocarsi (a 32 anni compiuti) la finale allo US Open. Meglio se contro l’amica di sempre, la corregionale e compagna di esordi Flavia Pennetta, in una sorta di Amarcord tennistico in cui alla fine a vincere saranno solo l’Italia, il bel tennis e l’amicizia: “La pressione è altissima, non ho nulla da perdere. Con Flavia ci conosciamo da vent’anni e ci sono pochi segreti. Quando eravamo piccole vincevo io perché lei era un po’ “isterica”, ma ora siamo donne anziane….”. 

Iolanda Gambuzza

 

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