Roger Federer sigillo n°100

(Foto Patrick Boren)

Roger Federer

dal 1° titolo al 100° Chiamatela quota 100, ma non parlategli di pensione. “E’ stato un viaggio meraviglioso”, ha detto Roger Federer, un po’ commosso nell’alzare il centesimo trofeo in 152 finali. Tsitsipas, comunque top 10 per la prima volta dalla prossima settimana, stavolta non ripete l’exploit di Melbourne, così Jimmy Connors non è più l’unico nella storia del tennis maschile con almeno 100 titoli in carriera nel circuito maggiore.

Battere più record possibile rimane al fondo dei pensieri di Federer, ma i 109 tornei di Connors non rientrano fra i suoi traguardi prioritari, quelli che orientano le programmazioni, che determinano l’andamento delle stagioni. “Se lo fosse, giocherei molti più tornei piccoli e, in casi estremi, salterei i Masters 1000 per giocare solo 500 e 250”, diceva a inizio stagione alla rivista tedesca “Tennis Magazin”. Ha toccato quota 100 a 37 anni e mezzo, sei mesi in più dell’età di Connors quando vinse per l’ultima volta a Tel Aviv il 22 ottobre 1989. Di fronte aveva il numero 181 del mondo, Gilad Bloom, con quel cognome che rimanda all’Ulisse di Joyce e al senso di un viaggio passato più nei coni d’ombra delle luci della ribalta. “Il fatto che abbia raggiunto 109 titoli nell’era di McEnroe, Lendl e Borg dimostra quanto fosse forte Connors”, ha detto a ESPN Darren Cahill, il coach dei numeri uno Andre Agassi e Simona Halep. “Avrà anche giocato tanti tornei piccoli dove gli europei non andavano, ma credo che il suo record resterà”.

Ha vinto tornei in 19 diverse nazioni, Federer, e in 18 diverse stagioni. Ne ha conquistati 48 sul duro all’aperto, 24 indoor, 18 sull’erba e 11 sulla terra rossa. È l’unico che abbia alzato il trofeo almeno sette volte in cinque tornei differenti: Halle (9), Basilea (9), Wimbledon (8), Dubai (8) e Cincinnati (7). Ha cercato di scrivere la storia aprendo nuove strade come a Istanbul, nel primo torneo ATP mai organizzato in Turchia.
Ha superato i suoi limiti e scavato al fondo delle motivazioni quando le condizioni di gioco non gli erano così favorevoli. C’è tutto nel Roland Garros 2009. Eguaglia i 14 major di Sampras e diventa il sesto uomo a completare il Career Grand Slam, ma prima ha dovuto completare, contro Monfils nei quarti, la sesta rimonta da sotto due set a zero in carriera. E risalire anche contro Haas e Del Potro. Le lacrime più piccole, le lacrime più grosse si mischiano alla pioggia nell’ultimo game della finale contro Robin Soderling, il primo a battere Nadal nel suo terreno preferito di conquista.

“Solo pochi sportivi hanno tanta padronanza e carisma: forse Muhammad Ali, Michael Jordan e Wayne Gretsky. E Federer è al loro livello”, scriveva Nick Bollettieri sull'”Independent” nel 2005. Erano passati quattro anni dal primo titolo, conquistato a Milano nel 2001.

È un anno di svolte e decisioni importanti, quello che lancia la sua rincorsa alla perfezione, il primo con Peter Lundgren come coach a tempo pieno. Il preparatore Pierre Paganini a dicembre disegna una serie di esercizi speciali. Lo fa correre a bordo campo fino a sfiancarsi e poi lo mette in campo, perché con la stanchezza vengono fuori cattive abitudini e riflessi spontanei. Code lunghe di memoria muscolare da eliminare. Il programma funziona. Al Palalido di Milano, a febbraio 2001, batte per la prima volta Kafelnikov, in semifinale. Davanti ai genitori, in una finale decisa all’intersezione tra il dire e il fare, tutta condotta all’attacco, batte l’outsider francese Julien Boutter. È un sogno che si realizza, anche se lo svizzero confessa di non ricordarseli, i suoi. Ma quel primo trionfo resta, lascia un segno, una traccia che non scolora nel tempo. L’emozione tradisce papà Robert che chiude l’auto con le chiavi dentro e deve rompere il finestrino. Ma non rompe la magia di quel primo trionfo, a 19 anni e mezzo, sul sintetico indoor.
Il torneo di Milano non si disputa più dal 2005, sul sintetico indoor non si gioca più dal 2008, e nessuno degli altri giocatori in tabellone allora è ancora in campo. Solo lui, l’uomo dei record.

È già chiaro, e lo ammette, che il suo gioco si esalta al coperto. Nelle sue condizioni migliori centra il decimo titolo in carriera, a Vienna nell’ottobre 2003. Non lo sa ancora, ma è il momento in cui cambia la storia. Fino a Bangkok 2005 vincerà 24 finali di fila. In mezzo, conquisterà il secondo Slam, all’Australian Open del 2004, il primo anno senza Lundgren. Batte in finale Safin, che si è preparato a Montecarlo con Walt Landers e le tecniche di preparazione di Sebastian Coe, oro olimpico dei 1500 metri nel 1980 e 1984. Ma non è servito. Federer diventa il 23mo giocatore a salire al numero 1 del mondo.

Il ventesimo titolo lo festeggia a New York, allo Us Open del 2004, nella prima finale dal 1884 con due 6-0 nella storia del torneo. A Toronto, era diventato il primo dopo Borg nel 1979 a vincere tre tornei consecutivi su tre superfici diverse. È il Federer delle esperienze religiose, che in campo sembra Cary Grant, Andre Agassi dixit. Nel 2006 vince per la prima volta a Basilea e per la terza volta il Masters. Batte il record di punti in un anno (8.370), diventa il primo nell’era Open a vincere almeno 10 titoli per tre stagioni di fila e il primo in vent’anni a superare i 90 successi stagionali.

Conosce Tiger Woods, leggenda del golf che ha iniziato con l’obiettivo di diventare il migliore di tutti. Estende il suo desiderio di vittorie, non conosce ancora i suoi confini. Batte il primato di Connors di 160 settimane consecutive all’inizio del 2007, prima di battere Nadal per la prima volta in una finale sulla terra rossa, ad Amburgo, una delle 15 in cui si impone dopo aver perso il primo set. Federer, che vanta il record di settimane consecutive al numero 1 (237), ne ha vinte cinque di finali contro numeri 1: tre volte Nadal, due volte Djokovic. A Cincinnati, in una finale senza storia contro James Blake, celebra il titolo numero 50: è il quinto più giovane ad arrivarci nell’era Open.

Resta uno dei momenti di svolta in questa storia di successo, come i quattro tornei vinti senza mai perdere il servizio (Doha 2005, Halle 2008, Cincinnati 2012 e 2015), o l’Australian Open del 2017, il primo dopo il lungo infortunio del 2016. Non avrebbe creduto di ritrovarsi in finale, o di ritrovarci Rafa Nadal. In 3 ore e 37 minuti vince il diciottesimo Slam e non solo. “Diventa il primo uomo con almeno cinque titoli in tre differenti Major”, scrive Russel Jackson sul “Guardian” dopo la finale. “A 35 anni, è il secondo campione Slam più anziano in singolare dopo Ken Rosewall. Solo la comparsa di una racchetta di legno avrebbe potuto rendere questo successo più surreale”.

Dopo 20 Slam, 6 ATP Finals, 27 Masters 1000, 22 ATP 500 e 25 ATP 250, il viaggio di Federer sulla lunga e tortuosa via della gloria non ha ancora conosciuto l’ultima svolta. “E’ stato duro ma ho amato ogni singolo minuto”, ha detto. “Ogni sacrificio è stato ripagato, vedremo quanta benzina è ancora rimasta. Raggiungere i 100 titoli è un sogno che si avvera”. Ma, come ha detto qualche tempo fa, se far qualcosa ti appassiona davvero, il modo per farla ancora un po’ meglio lo trovi sempre. “Il genio del tennis”, titolo che René Stauffer ha dato alla sua biografia dello svizzero, non ha ancora mostrato il suo ultimo numero. (144)

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